Il filo diretto tra mitologia e api – La Grecia – Il mito di Aristeo
Prosegue il nostro viaggio nell’epoca dei miti e delle legende
Dopo aver visto come le api divengono sacre grazie alla volontà del padre di tutti gli dei greci, Zeus, cerchiamo altri episodi in cui questi animali ricorrono nella mitologia greca. La frequenza nei miti ellenici testimonia la grande considerazione che i greci avevano per le api e per il miele. Immaginiamo come migliaia di anni fa un alimento così dolce potesse sembrare miracoloso. E non vi erano così tanti altri alimenti simili. La canna da zucchero, ad esempio, era conosciuta fin da temi antichissimi ma l’uso dello zucchero di canna in occidente inizia a diffondersi soltanto verso l’ottavo secolo dopo Cristo chiamato, appunto, “miele di canna” mentre per la barbabietola da zucchero dobbiamo attendere ancora altri 1.000 anni. Ma non divaghiamo…
Nella ricca e complessa trama mitologica ellenica, le divinità considerate “minori” nascondono spesso storie affascinanti e profondamente legate alla vita quotidiana degli antichi. Tra questi spicca Aristeo. Aristeo era figlio del dio Apollo e della ninfa Cirene. Venerato come divinità legata alla vita rustica, è considerato il protettore di molte arti agresti, come la pastorizia, la produzione del formaggio, la coltivazione dell’ulivo, ma il suo nome è indissolubilmente legato a una delle pratiche più sacre e misteriose dell’antichità: l’apicoltura. Secondo le credenze greche prima dell’intervento di Aristeo, gli uomini raccoglievano il miele dalle api presenti allo stato selvatico e solo occasionalmente, spesso distruggendo i nidi. Effettivamente l’inizio del rapporto uomo-ape deve essere stato proprio come se lo immaginavano i greci ma dobbiamo anche considerare che già gli antichi egizi avessero profonde conoscenze di apicoltura (a proposito, non perderti i futuri articolo proprio sulla mitologia egizia). Fu lui, secondo il mito, a insegnare all’umanità come addomesticare questi instancabili insetti. Aristeo mostrò come costruire i ricoveri per le api (tronchi cavi, ceste in canapa, legno ecc), come curare le colonie e come estrarre il miele e la cera rispettando il ciclo vitale della colonia.

Nell’antica Grecia, il miele non era un semplice dolcificante; era considerato una sostanza divina, dotata di proprietà curative, conservanti e persino magiche. L’arte trasmessa da Aristeo rappresentò quindi un salto di civiltà fondamentale, tanto da essere considerato uno dei più grandi benefattori dell’umanità. Ma non può esistere il mito senza un evento nefasto. E Aristeo non fa certo eccezione. La tragedia che lo vede coinvolto ce la racconta non un greco, bensì un romano. E che romano: Virgilio! Colui che accompagnerà Dante molti secoli dopo tra Inferno e Purgatorio ci racconta nel quarto libro delle Georgiche, libro interamente dedicato all’apicoltura (a proposito non perdere nemmeno gli episodi legati alla mitologia romana che arriveranno su questo sito) cosa accadde precisamente. Aristeo nasce in Libia e una volta divenuto adulto si trasferisce in Beozia dove si sposa e vive una vita felice finché non si innamora di Euridice. Ci sono 2 problemi: uno è che Aristeo è già sposato, l’altro ancor più serio, è che Euridice è la sposa di Orfeo, il cantore più famoso della storia dell’umanità. Euridice sfugge all’amante che la vuole tutta per sé per i boschi e nel fuggire calpesta un serpente che la morde avvelenandola. Il morso fu fatale. Il dolore per la perdita della ninfa scatenò l’ira delle sue sorelle, che decisero di punire Aristeo colpendolo in ciò che aveva di più caro: lanciarono una maledizione sui suoi alveari, facendo ammalare e morire tutte le sue amate api.
Disperato per la perdita dei suoi sciami, Aristeo si rivolse alla madre Cirene, che gli consigliò di interrogare il vecchio e saggio dio del mare, Proteo, custode delle foche di Poseidone, noto per la sua arte divinatoria ma anche per la sua riluttanza a rivelare il futuro. Aristeo si reca nell’antro di Proteo, nascosto nelle grotte dell’isola di Lemno e attende mezzogiorno, quando Proteo, dopo aver contato il gregge di foche, si addormenta all’ombra delle rocce. Approfittando del sonno del dio, Aristeo, con l’aiuto della madre, si scaglia su di lui e lo immobilizza. Per liberarsi, Proteo si trasforma varie volte (fuoco, acqua, belva, serpente) ma invano. La presa di Aristeo è così forte che non riesce a liberarsi. Sconfitto, Proteo rivelò ad Aristeo la causa della sua sventura e gli spiegò come placare l’ira delle ninfe e lo spirito di Orfeo.
Aristeo dovette compiere un antico e cruento rito di espiazione: sacrificare quattro tori e quattro giovenche, lasciando le loro carcasse intatte in un boschetto sacro. Dopo nove giorni, il dio tornò sul luogo del sacrificio e assistette a un miracolo. Dalle viscere in putrefazione degli animali sacrificati si levò un immenso ronzio: un nuovo, vigoroso sciame di api prese il volo, formando una nuvola scura tra i rami degli alberi. Questo fenomeno, noto nell’antichità come bugonia (la generazione delle api dai buoi), era una credenza ampiamente diffusa nel mondo antico.
Il mito di Aristeo e delle api va ben oltre il semplice origine di una pratica agricola. È una potente allegoria del ciclo della natura, dove la morte e la decomposizione diventano la culla per una nuova vita. Inoltre, attraverso l’errore, la perdita e l’espiazione, Aristeo non solo ritrova il suo dono, ma insegna all’umanità la resilienza e il profondo rispetto che si deve alle forze del mondo naturale. Ancora oggi, la figura di Aristeo ci ricorda quanto sia antico e fondamentale il nostro legame con le api, sentinelle silenziose e indispensabili del nostro ecosistema.
Al prossimo episodio!


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[…] e l’anima immortale, fu il mito della Bugonia (se vuoi saperne di più riguarda il mito di Aristeo). Molti popoli antichi, tra cui i greci, credevano che le api potessero nascere spontaneamente […]