Il filo diretto tra mitologia e api – La Grecia – Api e Psyche
Bentrovati Sapienti. Oggi ci addentriamo in uno dei territori più intimi e misteriosi dell’intero pensiero umano: il tentativo di dare una forma, un’immagine e un significato a ciò che chiamiamo “anima”. Fin dall’alba dei tempi, l’essere umano si è interrogato su quel soffio vitale che anima il corpo e che, al momento della morte, sembra abbandonarlo. Nella Grecia antica, questo principio vitale era chiamato Psyche. E sebbene spesso associamo la parola psyche alla farfalla, c’è un altro insetto che ha ricoperto un ruolo ancora più profondo, sacro e strutturato nella rappresentazione dell’anima umana e divina: l’ape. Attenzione a non confondere la Psyche sinonimo di anima con la giovane ragazza (Psiche) protagonista della storia di passione con Amore raccontata da Apuleio. Questo piccolo insetto, con la sua laboriosità, la sua misteriosa organizzazione e la sua capacità di produrre una sostanza incorruttibile e divina come il miele, è diventato lo specchio in cui l’antichità ha riflettuto i propri concetti di immortalità, purezza, reincarnazione e connessione con il divino.

Per comprendere come un insetto sia potuto diventare il simbolo dell’anima, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo e capire come gli antichi greci percepivano la vita e la morte. Nelle culture arcaiche, l’anima non era un concetto astratto e immateriale come lo intendiamo oggi, ma qualcosa di “sottile”, un soffio, un respiro (questo è il significato letterale di psyche in greco, e di anima o spiritus in latino). Quando una persona giunta alla fine dei suoi giorni spirava, l’ultimo respiro esalato veniva immaginato come una piccola creatura alata che abbandonava il corpo fisico. Le api, che spesso venivano viste ronzare intorno ai corpi caduti in battaglia o ronzare emergendo da fessure della terra (considerate porte verso gli inferi), divennero presto l’incarnazione visiva di queste anime in transito. L’ape, creatura dell’aria ma intimamente legata alla terra e alle cavità oscure, rappresentava perfettamente la natura duplice dell’anima umana: sospesa tra la materialità del mondo terreno e l’aspirazione verso il cielo e la luce.
Una delle credenze più radicate e affascinanti dell’antichità classica, che cementò definitivamente il legame tra l’ape e l’anima immortale, fu il mito della Bugonia (se vuoi saperne di più riguarda il mito di Aristeo). Molti popoli antichi, tra cui i greci, credevano che le api potessero nascere spontaneamente dalla carcassa in putrefazione di un bue o di un vitello sacrificato. La Bugonia era la prova tangibile, offerta dalla natura, che la morte non era la fine, ma un rito di passaggio, una trasformazione attraverso la quale l’anima (l’ape) sorgeva vittoriosa dalla fine del corpo fisico.
Con l’avanzare del pensiero filosofico, in particolare con il platonismo e il neoplatonismo, la metafora dell’ape divenne ancora più sofisticata. Il filosofo neoplatonico Porfirio (III secolo d.C.), ci offre una spiegazione illuminante. Commentando un passaggio dell’Odissea di Omero nella quale viene descritta una grotta sacra, Porfirio spiega che le anime, prima di incarnarsi in corpi fisici, sono pure e divine. Quando decidono di “scendere nella generazione” (ovvero di nascere nel mondo materiale), esse si addensano, provano desiderio per la vita terrena e si avvicinano all’umidità del mondo fisico. Porfirio afferma che per gli antichi le api (melisse in greco antico) erano le anime che stavano per incarnarsi, e il miele è l’attrazione verso l’esistenza terrena che attirava le anime. L’ape è l’unico essere che, pur entrando in contatto con la materia, non si corrompe. L’anima giusta, dunque, è come un’ape: discende nel mondo materiale (si posa sui fiori), ne estrae l’essenza senza distruggere (raccoglie il nettare senza danneggiare il fiore), trasforma la sua esperienza terrena in qualcosa di divino e incorruttibile (il miele, simbolo di saggezza e virtù). L’anima-ape di Porfirio è quindi un’anima giusta, che vive nel mondo ma non si fa corrompere da esso, mantenendo la sua purezza e compiendo il suo dovere cosmico prima di tornare al suo alveare spirituale.
Perché è stata proprio l’ape e non un altro animale ad aver attribuite certe peculiarità? Gli antichi attribuivano alle api caratteristiche morali e sociali che le rendevano il “veicolo” perfetto per un’anima elevata. Prima di tutto la purezza assoluta: come accennato nella nostra precedente trattazione delle Trie, si credeva che le api non si riproducessero per via sessuale ma che raccogliessero i loro piccoli già formati direttamente dai fiori più puri. Questa castità intrinseca faceva dell’ape il simbolo di un’anima incorruttibile, non macchiata dai vizi carnali. L’alveare era considerato uno specchio dell’ordine divino e dell’armonia cosmica. Le api non vivono per se stesse, ma per la comunità e per la loro regina (in realtà i greci pensavano che le api fossero tutti maschi e che quindi ci fosse il “Re”). Un’anima che si comportava come un’ape era un’anima che aveva compreso il proprio ruolo nell’universo, sottomettendosi alle leggi divine del cosmo lavorando per un bene superiore. Il miele stesso era considerato come l’ambrosia dei mortali. Non marcisce, non scade, ed era usato per conservare i corpi (si narra che il corpo di Alessandro Magno fu immerso nel miele per il suo viaggio di ritorno da Babilonia). L’ape, produttrice di questa sostanza eterna, era di conseguenza la portatrice del seme dell’immortalità. L’anima, nutrendosi della “verità” (il nettare), produce l’eternità (il miele).
In conclusione, Sapienti, quando gli antichi guardavano un’ape, non vedevano solo un insetto pronubo essenziale per l’agricoltura. Vedevano un miracolo teologico in miniatura. L’ape incarnava il mistero della Psyche: un’entità in grado di viaggiare tra il buio della terra e la luce del sole, capace di trarre il sublime dalla materia grezza senza lasciarsene corrompere. Rappresentava la speranza che la coscienza umana, proprio come un’ape che fugge dalla carcassa del mito della Bugonia, potesse sopravvivere alla morte fisica e volare verso un ordine superiore. Noi moderni apicoltori siamo abituati a considerarle come animali da reddito e in funzione del ruolo ecologico che hanno, richiamando l’attenzione del mondo sul fatto che sono a rischio di estinzione. Ricordare questa antica metafora aggiunge un livello di gravità tragica e poetica. Se per millenni l’ape è stata lo specchio dell’anima umana, la salute dell’alveare è il riflesso della salute del nostro spirito. Perdere le api non significa solo perdere i fiori e i frutti; nell’immaginario dei nostri antenati, significherebbe perdere i messaggeri del divino, il ronzio del cosmo, l’immagine stessa della nostra anima immortale.
Al prossimo mito!


One response
Bellissimo articolo, mi ha aperto un mondo che non conoscevo.