Il filo diretto tra mitologia e api – La Grecia – Aristotele
Bentornati Sapienti, prosegue il nostro viaggio nella cultura greca alla ricerca delle tracce che hanno lasciato le nostre amiche api nel mondo ellenico. Oggi ci occuperemo di uno dei padri del pensiero occidentale e una delle menti considerate tra le più importanti di tutta l’umanità: Aristotele. Discepolo di Platone, insieme a Socrate e allo stesso Paltone è probabilmente uno dei filosofi più influenti e noti della cultura mondiale. Ci troviamo nella Grecia del IV secolo a.C., 2.400 anni fa eppure ancor’oggi il suo pensiero influenza le nostre menti. Tra i mille studi che ha fatto ha trattato anche di api e la loro osservazione ha influenzato la sua filosofia e la sua idea politica.

Per poter comprendere la fascinazione di Aristotele per il mondo delle api, dobbiamo prima spogliarci della nostra moderna visione puramente biologica ed entrare nella mente di un uomo dal pensiero illuminato nell’antica Grecia di 24 secoli fa. Per Aristotele la natura non è un insieme di eventi casuali o una macchina senza senno; la natura è teleologica, mossa cioè da un fine e dominata da una razionalità immanente dove nulla accade invano o per caso (nihil sine causa). Nella zoologia Aristotele non vede una disciplina separata dalla filosofia, bensì uno specchio nel quale guardarsi per comprendere l’essere umano. Il filosofo greco traccia una linea che unisce la biologia alla società dei suoi tempi.
L’alveare, in questo contesto, non è semplicemente un fenomeno naturale. È una polis (la città intesa come organizzazione di esseri senzienti) realizzata dalla natura senza il bisogno della parola o della legge scritta. È lo Stato perfetto perché in esso si attuano, in modo spontaneo, geometrico e immutabile, i tre cardini della filosofia politica aristotelica: l’ordine gerarchico naturale, la sottomissione del bene individuale al bene comune, e la specializzazione funzionale degli individui. Per Aristotele però non tutti gli animali sono uguali: esiste una distinzione cruciale tra quelli che vivono in solitudine e quelli che vivono in comunità. All’interno di quest’ultima categoria, isola un gruppo ancora più ristretto e nobile: gli animali politici.
“Animali politici sono quelli che hanno come funzione propria un’attività comune a tutti; ciò che non accade a tutti gli animali gregari. Tali sono l’uomo, l’ape, la vespa, la formica e la gru.”
Aristotele, Historia Animalium
Mentre gli animali possiedono la voce (phoné) per esprimere solamente pochi stati d’animo come il dolore o il piacere, l’uomo possiede la parola per manifestare il giusto e l’ingiusto, l’utile e il nocivo. L’ape, dunque, non è politica perché discute o delibera sulle leggi. È politica perché la sua stessa biologia la porta ad un’opera collettiva unitaria. L’alveare è uno Stato perfetto perché privo delle deviazioni delle passioni umane. Nell’uomo la politica può degenerare in tirannia a causa delle pulsioni e della fallibilità della ragione; nell’ape, la politica è istinto puro, guidato da una “ragione naturale” infallibile che la avvicina al divino. Aristotele nota un dettaglio straordinario sulla biologia del “re” delle api: esso possiede un pungiglione, ma non lo usa per aggredire i propri sudditi (i greci pensavano le api fossero maschi). Ed effettivamente le api regine possiedono il pungiglione che utilizzano solo in un’occasione (combattere con un’altra regina) e mai contro le sue figlie.
“I re ci sono, ma rimangono all’interno dell’alveare, liberi da lavori manuali. Hanno un pungiglione, ma non lo usano per colpire, come se la natura li avesse dotati di un’arma solo come insegna di comando, privandoli della facoltà di usarla per ira.”
Aristotele, Historia Animalium
Questo passaggio è fondamentale per capire la sua concezione filosofico-politica. Per Aristotele, il governante ideale non governa attraverso il terrore o la forza fisica, ma attraverso l’autorevolezza, il rispetto della legge e la devozione spontanea dei cittadini. Le api operaie rappresentano, pertanto, il cittadino ideale. Aristotele ne ammira la dedizione perché lavorano finché c’è luce, cooperano nella costruzione geometrica dei favi (un’opera di ingegneria che ancora oggi riteniamo mirabile) e distribuiscono equamente le risorse. Le api non accumulano ricchezza “privata”. Il miele e la cera sono beni collettivi, immagazzinati in una proprietà comune che appartiene alla polis intera. Inoltre, ognuna ha la sua specializzazione (legata, oggi sappiamo, principalmente all’età) ed è fondamentale per Aristotele affinché la società funzioni.
Aristotele nota, nelle numerose osservazioni di questi animali, che le api sono anche dotate di un estremo senso igienico. Non defecano all’interno dell’alveare per non contaminare il miele e portano fuori i cadaveri delle compagne morte e quando non è possibile portare fuori l’animale morto (lucertole, topi ecc.) questo viene mummificato impedendo che vada in putrefazione. Nella mentalità greca, la sporcizia è sinonimo di contaminazione spirituale e fisica. Un ambiente pulito riflette un’anima ordinata; l’alveare è dunque un tempio di purezza igienica e morale, specchio di come dovrebbe essere una città retta da cittadini virtuosi.
Insomma, le api hanno tutte le carte per attuare la società perfetta e la loro dedizione consente di raggiungere l’autarchia, ovvero la completa autosufficienza economica, militare e spirituale. Uno Stato che dipende dalle importazioni straniere o dall’aiuto esterno è debole, vulnerabile e instabile secondo il filosofo. L’alveare è il modello assoluto di autarchia poiché le api estraggono le materie prime, nettare e polline, direttamente dalla natura, trasformandola attraverso un processo interno in un prodotto eterno, il miele, che non marcisce e garantisce la sopravvivenza anche durante i rigidi inverni o i periodi di carestia. Inoltre, di fronte alle aggressioni esterne l’alveare si difende come un solo essere e ogni ape si trasforma istantaneamente in un soldato. Aristotele rimane incantato della furia e il coraggio con cui le api combattono per difendere le loro scorte e la loro regina, pronte a sacrificare la propria vita per l’incolumità della fortezza. Questo spirito di sacrificio è l’esatto equivalente del patriottismo che il filosofo richiede ai cittadini della sua città ideale.
In sintesi, Aristotele vede nell’alveare l’armonia totale del cosmo racchiusa in pochi centimetri di cera. È lo Stato perfetto perché in esso non esiste la corruzione morale, non esiste la disoccupazione, non esiste l’accumulo egoistico, e l’autorità politica viene esercitata senza la necessità della violenza. Attraverso lo studio dell’ape, il filosofo ha offerto alla filosofia occidentale una lezione intramontabile: la politica non è un’invenzione artificiale dell’uomo per sfuggire alla natura ma è la prosecuzione e il culmine della natura stessa. L’alveare ci ricorda che siamo fatti per vivere insieme, che l’individualismo isolato è una patologia biologica e che la salute dello Stato dipende dalla virtù e dall’impegno con cui ogni singola “ape” decide di contribuire per la costruzione del favo comune.
Al prossimo episodio!


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