Acido ossalico contro la Varroa: qual è il metodo più efficace? Ecco cosa dice la scienza

Cari Sapienti, oggi vi proponiamo un approfondimento molto importante per il trattamento delle nostre colonie. La lotta contro Varroa destructor resta una delle sfide più impegnative per chi alleva api. Questo acaro parassita non solo indebolisce direttamente le colonie, ma è anche uno dei principali vettori di virus dannosi per le api, come il virus delle ali deformi. Non sorprende quindi che il controllo della Varroa sia diventato un appuntamento fisso nel calendario di ogni apicoltore, spesso più volte all’anno.

Tra i prodotti naturali più utilizzati per questo scopo c’è l’acido ossalico (OA), una sostanza che da decenni viene impiegata in apicoltura per la sua efficacia contro l’acaro e la sua relativa sicurezza per le api, soprattutto se paragonata ai principi attivi sintetici, verso i quali la Varroa sta sviluppando resistenza in molte aree del mondo. A differenza di altri acaricidi, per l’acido ossalico non sono mai stati riportati casi di resistenza da parte dell’acaro, il che lo rende uno strumento particolarmente prezioso nella cassetta degli attrezzi dell’apicoltore.

Ma qual è il modo migliore di applicarlo? E con quale frequenza va usato per ottenere i risultati migliori? Un recente studio pubblicato sul Journal of Insect Science da un gruppo di ricercatori dell’Università della Florida ha provato a rispondere a queste domande con un approccio sperimentale rigoroso, mettendo a confronto diversi metodi di applicazione e diversi intervalli di trattamento su un totale di 40 colonie di api.

Tre metodi a confronto: gocciolamento, nebulizzazione e vaporizzazione

Nel primo esperimento, i ricercatori hanno confrontato tre modalità di somministrazione dell’acido ossalico, tutte a base del prodotto commerciale Api-Bioxal (97% OA):

Il gocciolamento (dribbling), il metodo tradizionale usato da decenni in Europa e Nord America, consiste nel versare una soluzione zuccherina contenente acido ossalico direttamente tra i favi, sopra le api adulte. Nello studio è stata utilizzata una soluzione al 3%, per un totale di circa 1,75 g di OA per colonia.

La sublimazione, tecnica sempre più diffusa negli ultimi anni, prevede la sublimazione dell’acido ossalico solido tramite un apposito vaporizzatore, che diffonde il prodotto sotto forma di vapore all’interno dell’arnia. In questo esperimento sono stati utilizzati 4 g di OA solido per colonia, una dose superiore a quella attualmente indicata in etichetta negli Stati Uniti (1 g), ma già suggerita come più efficace da ricerche precedenti dello stesso gruppo di lavoro. ATTENZIONE: l’acido ossalico sublimato è altamente corrosivo e tossico. Il pericolo principale deriva dall’inalazione dei vapori o polveri, che causano gravi irritazioni alle vie respiratorie. Può inoltre provocare ustioni a occhi e pelle, e se ingerito o assorbito può danneggiare gravemente i reni. Va usato solo con appositi dispositivi di sicurezza.

Uno dei molti modelli di sublimatore in commercio

La nebulizzazione è un metodo non ufficialmente approvato per l’acido ossalico ma sempre più diffuso tra gli apicoltori come alternativa più rapida ed economica alla vaporizzazione. Consiste nell’utilizzo di un nebulizzatore caricato con una soluzione al 2,5% di ossalico disciolto in alcol etilico, con un’unica erogazione di circa 6 secondi per colonia.

A queste tre modalità è stato affiancato un gruppo di controllo, non trattato, per un totale di quattro gruppi da dieci colonie ciascuno. I trattamenti sono stati ripetuti tre volte, a intervalli di sette giorni, e l’efficacia è stata valutata attraverso il conteggio degli acari con il metodo del lavaggio in alcol, la raccolta della caduta naturale di acari su tavolette adesive nelle 72 ore successive a ogni trattamento, e la valutazione visiva della forza delle colonie (numero di api adulte e area di covata).

Solo la sublimazione riduce davvero l’infestazione!

I risultati sono stati piuttosto netti. Dopo tre settimane di trattamento, solo il gruppo trattato con sublimazione ha mostrato una riduzione statisticamente significativa dell’infestazione da Varroa, passando da una media di 9,24 acari ogni 100 api prima del trattamento a 3,25 acari ogni 100 api dopo il trattamento. Le colonie trattate con sublimatore hanno inoltre mostrato un aumento significativo sia del numero di api adulte sia dell’area di covata rispetto al gruppo di controllo, segno che il trattamento non solo ha funzionato contro l’acaro, ma non ha danneggiato la salute generale della colonia.

Il gocciolamento ha mostrato un andamento simile per quanto riguarda la caduta di acari nelle 72 ore, risultata statisticamente comparabile a quella della vaporizzazione, e un aumento significativo dell’area di covata. Tuttavia, la riduzione dell’infestazione misurata tramite lavaggio in alcol non ha raggiunto la significatività statistica rispetto ai livelli pre-trattamento, un dato che secondo i ricercatori potrebbe indicare che la dose standard utilizzata per il gocciolamento (1,75 g) non sia sufficientemente efficace in tutte le condizioni.

Il dato più sorprendente riguarda però il nebulizzatore: nessuna riduzione significativa dell’infestazione è stata osservata nel gruppo trattato con nebulizzatore, né sono emersi miglioramenti nei parametri di forza della colonia. Un’analisi più approfondita ha rivelato il motivo: misurando la quantità effettiva di prodotto erogato durante un’applicazione standard di 6 secondi, i ricercatori hanno stimato che la nebulizzazione rilascia effettivamente soltanto circa 0,74 g di acido ossalico per colonia, una quantità nettamente inferiore rispetto ai 4 g della sublimazione e ai 1,75 g del gocciolamento. In pratica, il problema non sembra essere il metodo di dispersione in sé, quanto la dose effettivamente somministrata, troppo bassa per essere efficace.

È interessante notare che, dal punto di vista della salute delle api, non sono state riscontrate differenze significative tra i gruppi nel numero di api morte davanti all’arnia nelle 24 ore successive a ciascun trattamento: nessuno dei tre metodi, quindi, sembra aver causato una mortalità acuta anomala nelle condizioni sperimentali testate.

Ogni quanto trattare? Il secondo esperimento

Stabilito che la sublimazione è il metodo più promettente, i ricercatori hanno condotto un secondo esperimento per capire quale sia l’intervallo di trattamento ottimale quando si è in presenza di covata. La domanda nasce da una caratteristica biologica fondamentale della Varroa: l’acido ossalico è efficace solo contro gli acari che si trovano sulle api adulte o in movimento tra le celle, mentre non riesce a penetrare l’opercolo delle celle di covata opercolata. Gli acari che si riproducono all’interno delle celle, quindi, restano protetti dal trattamento per circa 10-15 giorni, a seconda che si tratti di covata di operaia o di fuco.

Partendo da questa considerazione, i ricercatori hanno ipotizzato che un intervallo di trattamento troppo breve non dia agli acari il tempo di uscire dalle celle e diventare vulnerabili al trattamento, riducendo così l’efficacia complessiva. Per verificarlo, hanno confrontato tre gruppi di colonie trattate con vaporizzazione a dosi costanti di 4 g, ma con intervalli diversi tra un’applicazione e l’altra: ogni 3, ogni 5 o ogni 7 giorni, per un totale di quattro applicazioni per gruppo, oltre a un gruppo di controllo non trattato.

I risultati hanno confermato l’ipotesi iniziale: gli intervalli di 5 e 7 giorni hanno prodotto una riduzione significativa dell’infestazione da Varroa rispetto ai livelli pre-trattamento, mentre il gruppo trattato ogni 3 giorni non si è distinto in modo significativo dal controllo. Un dato particolarmente interessante riguarda l’andamento della caduta di acari nelle 72 ore dopo ogni applicazione: dopo il primo trattamento, tutti e tre gli intervalli hanno mostrato una caduta di acari superiore al controllo, ma nelle applicazioni successive il gruppo trattato ogni 3 giorni ha progressivamente perso efficacia rispetto agli altri due. Questo suggerisce che il primo trattamento colpisce efficacemente gli acari già presenti sulle api adulte, ma i trattamenti ravvicinati successivi non riescono a intercettare i nuovi acari che via via emergono dalla covata, semplicemente perché il ciclo di trattamento si esaurisce prima che tutta la covata infestata sia sfarfallata.

Le implicazioni pratiche per gli apicoltori

Sulla base di questi risultati, i ricercatori concludono che la combinazione più efficace per il controllo della Varroa tramite acido ossalico è la sublimazione, ripetuta a intervalli di 7 giorni. Questo approccio ha garantito non solo la maggiore riduzione dell’infestazione, ma anche i migliori risultati in termini di salute della colonia, con aumenti significativi di api adulte e area di covata.

Il gocciolamento resta un’alternativa valida quando non si dispone di un sublimatore, pur con un’efficacia inferiore nelle condizioni testate. Il nebulizzatore, invece, nella forma in cui viene comunemente utilizzato dagli apicoltori, non sembra garantire una dose sufficiente di prodotto per essere realmente efficace contro la Varroa, anche se non ha mostrato particolari effetti negativi sulla salute delle api.

Resta comunque un messaggio chiaro e utile per la pratica apistica quotidiana: la scelta del metodo di applicazione e, soprattutto, la frequenza dei trattamenti non sono dettagli secondari, ma fattori che possono fare una differenza sostanziale nell’efficacia della lotta contro uno dei nemici più insidiosi delle nostre api.

A presto Sapienti

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