Il filo diretto tra mitologia e api – L’Egitto

Bentornati Sapienti,

ci siamo lasciati alle spalle le ferie estive e la raccolta del miele. Riprendiamo il nostro viaggio nel tempo con questo episodio: ci lasciamo alle spalle la maestosa cultura ellenica per addentrarci in una cultura altrettanto affascinante e decisamente complessa: quella egizia. Giusto per capire dove siamo nella linea temporale umana la civiltà greca nasce, più o meno, 1.100 anni prima della nascita di Cristo e dura per circa un millennio. Quella egizia è molto più antica. Quello che noi chiamiamo Antico Egitto inizia circa nel 3.900 a.C., ben prima dei miti di Zeus, Atena e Ares e segna, per convenzione, l’inizio della civiltà egizia. Gli egizi saranno in grado di stupire il mondo e lasciare una traccia indelebile nella storia dei Sapiens con opere eterne come le piramidi (una delle 7 meraviglie del mondo antico e l’unica ad essere giunta fino a noi), la valle dei re, Karnak, Abu Simbel, i geroglifici, e una mitologia bellissima e complessa. Questo potente popolo cavalcherà secoli e millenni fino alla morte della sua ultima regina: Cleopatra (il cui vero nome è Cleopatra Tèa Filopàtore o Cleopatra VII) e segnerà la fine degli egizi, conquistati da Roma. Un passaggio di consegne tra due civiltà mastodontiche che ancor’oggi influenzano le nostre società e i modi di pensare.

Cleopatra VII, l’ultima regina dell’impero egizio prima che venga definitivamente annesso a Roma.

Anche gli egizi, così come i greci, erano politeisti e che loro avevano un pantheon. Le divinità egizie compongono la religione egizia che nel corso del tempo si modifica, si amplia, muta col passare dei secoli e delle influenze politico-culturali ma è facilmente riconoscibile per tutti noi per una caratteristica. La religione egizia è celebre per le sue divinità ibride: corpi umani con teste di animali: falco, sciacallo, ibis, coccodrillo o leone solo per citarne alcuni. Questo fenomeno prende il nome di zoomorfismo. Gli egizi non pensavano che gli dei camminassero letteralmente per strada con una testa di falco. La forma animale era una specie di metafora visiva. Poiché la natura intima di un dio è invisibile e incomprensibile per la mente umana, l’animale diventava lo strumento per tradurre visivamente le sue qualità. Ad esempio la vista acuta e il volo maestoso del falco esprimevano la regalità e la sorveglianza celeste di Horus, l’aggressività protettiva della leonessa esprimeva la furia distruttiva contro i nemici del Faraone di Sekhmet.

Osiride, Iside e Horus

Il rapporto con gli animali non si esaurisce esclusivamente nel rapporto tra la divinità e il suo animale. L’Egitto era diviso in province e ognuna aveva un animale araldico protettore. Ad esempio, la città di Crocodilopolis venerava il coccodrillo (sacro a Sobek), mentre la città di Sais era legata all’ape. Soprattutto nel Periodo Tardo (dal 664 a.C. in poi), si sviluppò anche un’enorme industria legata alle mummie animali. I pellegrini acquistavano dai templi gatti, ibis o falchi mummificati per seppellirli in enormi catacombe (come quelle di Saqqara) come preghiera perpetua inviata al dio. L’animale in quel frangente agiva da messaggero tra il fedele e la divinità.

Gli animali non erano considerati intrinsecamente “buoni” o “cattivi”, ma venivano inseriti nella grande dinamica cosmica egizia tra l’ordine e il caos. Gli Animali Solari e dell’Ordine: l’ape (nata dalle lacrime di Ra, che rappresenta l’ordine perfetto dell’alveare), il falco, lo scarabeo e il gatto erano forze che mantenevano l’equilibrio del mondo. Gli Animali del Caos: il serpente Apep (Apofi) era il male assoluto, l’incarnazione del nulla che cercava di inghiottire il Sole. Tuttavia, altri animali associati al dio del caos Seth—come l’asino, il maiale selvatico o l’ippopotamo maschio—erano visti con timore ma accettati come parte necessaria del ciclo cosmico (la tempesta, spesso catastrofica, pone fine alla siccità). Il legame con gli animali proseguiva anche nel viaggio dopo la morte. Nel tribunale di Osiride, dove avveniva la pesatura del cuore, sedeva un mostro ibrido spaventoso: Ammut, la “Divoratrice dei morti”. Era composta dalle tre creature più pericolose d’Egitto: testa di coccodrillo, parte anteriore di leone e parte posteriore di ippopotamo. Se il cuore del defunto era pieno di colpe, Ammut lo divorava, condannando l’anima all’annientamento eterno. Per gli antichi egizi, la natura non era un oggetto da dominare, ma uno specchio del divino. Osservando il volo di un falco, il lavoro di un’ape o l’andamento di uno sciacallo nel deserto, l’egizio non vedeva solo biologia, ma leggeva la scrittura degli dei nel grande libro del mondo. Questo profondo rispetto e questa sacralizzazione hanno permesso alla civiltà del Nilo di convivere in armonia con il proprio ecosistema per oltre tremila anni.

Nel prossimo articolo entreremo nella visione egizia legata all’ape!

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